Gianfranco Geroldi, Quel che mi resta del giorno, Phasar Edizioni, Firenze, 2026
A lei è dedicato l'ultimo lacerto, non esplicitamente versificato o intrinsecamente poetico, che merita nell'indice di questo volume l'unico titolo in corsivo.
Da un lato diario di una malattia vista da vicino e vissuta tanto dall'autore quanto, con comprensibile sforzo di immedesimazione, tentativamente osservata anche dalla parte della persona malata, dall'altro riflessione sulla condizione finita e dolorosa del vivere, il lavoro di Geroldi oscilla tra momenti dove il dolore prevale e altri in cui la percezione del dolore, che non viene mai meno, è colta come matrice di conoscenza.
La comprensione profonda cui l'autore sembra accompagnarci è quella che troviamo in una delle ultime liriche, Mai (p. 54), dove l'apparentemente impoetico soggetto (una gru, intesa come attrezzo per lo spostamento e il sollevamento dei carichi) "Determinata, possente, ciclopica / forte si erge [...]; / ma non per un centimetro / oltre il consentito; mai." - a indicarci, secondo quanto possiamo intuire, che ciascuno di noi assume ruoli significativi, spesso insostituibili, nei quali dà affidamento, ma solo dentro il limite della finitezza della propria esistenza.
Una dimensione che il singolo conosce, ma che gli altri, anche quelli più prossimi, spesso dimenticano o tacciono a sé stessi. Di qui lo sconcerto per la morte dei nostri più cari, e più forti. affetti.
In questa raccolta Geroldi cerca la ragione salutare del lutto, senza farsi sconti sulla sofferenza del commiato; cerca una traccia che aiuti a cambiare prospettiva "in questo odierno vivere in saldo, / a rate, senza sguardo" (Commiati, p. 19). Se Céline parlava della vita come acquisto a rate della morte, il tentativo dell'autore è piuttosto quello di un'apertura affettiva legata ai pegni e alle testimonianze di questo lutto, che diventi fondamento di una vita rinnovata.
I lettori potranno trovare presso anche presso le librerie locali, oltre che online, il rapido, non innocuo libriccino, di una quarantina di liriche per lo più inferiori ai quindici versi ciascuna. Dunque non una lettura lunga, ma una lettura sanamente disturbante.

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