Daniela Cabrini, Attraverso Interni





La scrittrice, che ha firmato Tempo Presente (Lieto Colle, 2002) e Attraverso interni (ivi, 2007), solo tangenziale per motivi biografici alla scena cremasca, è capace di lasciare in chi la ha conosciuta tracce significative per la ricchezza e varietà del suo comporre. Proponiamo qualche link di lettura di alcuni inediti e altri da una bella pagina web antologica.

Alla raccolta Attraverso Interni, in particolare, dedichiamo la seguente riflessione critica, nata tempo fa nel breve ma intenso dialogo con l'autrice.

Il soffio del tempo ci incastona nel sempre e nel così. Siamo captati senza intenzione dalla forza noncurante dell'essere dentro la camera silenziosa, sempre identica, della permanenza parmenidea. Siamo l'obiezione vivente, la disperata devianza alla necessità del reale.
Nelle nostre tre dimensioni la quarta essendoci ignota, non può allora che apparirci come tempo: come un accadere aperto che ci viene incontro sosta e scompare, ma in realtà è già sempre là. C'è tempo come divenire solo nella nostra coscienza, nel bisogno computante della nostra natura di dare forma e numero e visione al fatto.
In questo mondo della perplessa esperienza di un accadere che è tutto e insieme superfluo, che è realtà viva nella relazione e insieme spuma effimera della più superficiale parte dell'essere, la voce poetica di Daniela Cabrini lavora per la salvezza delle pieghe della parola: per la salvaguardia umile, non assertoria o teoretica ma neppure banalmente dionisiaca, della dimensione semantica del reale. Che certo trova senso solo dentro la voce umana, dentro i confini, gli interni e le labili parole delle quali questa poesia si adorna; ma viene a questa voce povera con la gioia di un essere che in sé splendido e altero non si è mai però finora piegato verso nessuno, ma non ha mai provato a condividere con nulla di vivo la sua pienezza turgida e onniavvolgente.

Ora questo accade. Quasi con stupefazione la ripetizione ineluttabile dell'identiico dà voce non soltanto alla maestosa unità del tutto, al suo ripetersi algoritmico e tassellato, ma anche alla piccola sequenza irripetibile del diverso, dell'individuale. Che si avverte non soltanto come conseguenza calcolabile del sempre e del così, ma anche come tastiera d'ossa, strumento accordato da una mano aliena e insieme materia indocile, cooperante con via resistenza alla creazione ineffabile della solida, universale durevolezza dell'essere.
Poesia preziosa perché ostinatamente monodica, popolosa di voci e sentimenti ma insieme anche esclusivamente lirica - dove l'elemento diegetico è rarefatto e quasi assente, eppure continuamente presentito e quasi incombente, la proposta di Daniela Cabrini appare contemporaneamente affascinata dal rigore della forma e bisognosa di saltuaria ma iconoclasta fuga da essa. 

Misura il verso per lo più con regolarità, ma talvolta affidandosi a una prosodia della sillaba che sottintende la pronunzia, la pausa, il respiro; usa la metrica con rigore ritmico, ma in più di un caso va in profondità nella versificazione collegandola esplicitamente al senso della sillaba lunga e breve. Esplora un ordine congruamente sintattico salvo sfuggire nella paratassi in passaggi svariati - intenziona insomma per l'intero testo la dialettica tra una trasparenza cristallina ("va tutto bene", iterato due volte in un punto chiave dell'opera nello stesso componimento) e un presentimento di ulteriorità, di trascendenza che risulta però non nell'evasione spiritualistica ma nella scelta ancor più coraggiosa dell'abitare qui, nei corpi e nelle vicende delle strade, delle terre e dei campi. Come se la certezza cosciente dell'andar tutto bene, giusta Céline, la potessero avere soltanto i poveri Jonkind: agli accorti e dolenti Ferdinand non resta che constatare che anche negli angoli il vento li raggiunge (una delle immagini più belle del libro!) e li attraversa e li urge.

Allora diventiamo voce di questo vento, ma non ci lasciamo cancellare; e in quel sibilo c'è sempre anche una voce nostra, che racconta il dettaglio laddove quel vento vuole ripetere l'identico, sicuramente grandioso ma anche così scontato e semanticamente povero.
A noi, alla melodia della parola del poeta, tocca il compito di ispessire il senso umano: tocca di allungare una scala, forse impotente, ma sempre anche - come ogni strada - necessaria e ricca di opportunità.

Forse il nostro cosmo parmenideo potrebbe ripensarci, perché c'è più varietà e senso nella vicenda individuale e nella sua poliedrica riflettività di quanto non ce ne sia nella sua rigida strutturazione. O forse, e questo mi sembra il pensiero più autentico di questo testo mozzafiato, c'è una complicità segreta con la varietà misteriosa della struttura frattale dell'essere solo se nel dettaglio, nella variegata diversità della nostra storia, si riesce a coglierne il legame fatto di lotta e contrasto con il quarzo sfingeo del reale; e questo legame è la poesia.

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