Gian Paolo Guerini: siamo a metà della trilogia sperimentale
Con la pubblicazione di XI-XX (dal primo al senza numero) siamo alla metà della trilogia "più radicale, a questo punto, del XXI° secolo. Un libro che vi toglierà il senno, ridonandovene uno tutto nuovo [Arnaldo Manganelli]".
Così si legge a [dia•foria, sul sito del prestigioso editore del lavoro di Gian Paolo Guerini, l'artista e performer (etichette per le quali ci odierà) di origini cremasche, timone di questa operazione straordinaria di scrittura sperimentale torrenziale, oltranzista e ironica.
Abbiamo avuto l'onore, su suo invito, di poter accompagnare l'opera con una nostra nota in quarta di copertina. Per questo blog ci piace poterla espandere, senza dimenticarci di rinviare il lettore a quanto abbiamo potuto scrivere su Guerini in vari punti del nostro tragitto in "Insula Fulcheria" (saggio originario e terzo addendum), ma soprattutto di indirizzarlo al suo ciclopico sito personale, esso stesso un'ipotesi d'opera di straordinario interesse.
Se non interessasse Guerini, in ogni caso, l'editore (mimetico della leggerezza del nostro autore) si è già espresso su questa condizione in seconda di copertina di XI-XX, come si vede qui di seguito:


Segnato dall’esperienza di avanguardie fautrici di un operato artistico immerso nel flusso dell’effimero, e quindi dell’intransigenza di un’arte non mercificabile, Gian Paolo Guerini lotta contro l’usura del segno ridotto a istanza consumabile con opere vastissime, monumenti sfingei non colonizzabili dal sistema della parola pubblica nel nome di un diritto di utterance proprio dell’urgenza comunicativa della specie. Il riferimento all’art brut è intenzionale; potrà sembrare lontanissima da Guerini l’apostrofe anticulturalistica di Dubuffet, se non fosse che le opere di Guerini non sono coltissima poesia d’avanguardia, ma svuotamento della sovrastruttura culturalistica della poesia. (dalla nota di Franco Gallo nella quarta di copertina)
RispondiEliminaL’operazione titanica della scrittura di Gian Paolo Guerini, ora strutturata e condensata in questa ribollente trilogia dal primo al senza numero – ma con una marginalità di opere ancora inedite, tra cui un volume 100x70x20 cm per circa 60 kg, A Treaty of Philosophy of Evidence, regesto multifocale verboiconico, diario concettuale, Wunderkammer segreta delle terre scrittorie emerse dell’autore – può essere posta in analogia con ciò che Demetrio Stratos ha rappresentato nella ricerca sperimentale sulla vocalità. Sì, perché come pochi altri suoi contemporanei (d’emblée ricordiamo almeno Augusto Blotto, Lucio Saffaro, Antonio Syxty e Mark Z. Danielewski) Guerini intraprende un percorso prometeico verso un assoluto della scrittura, quello che cerca di accogliere in sé tutte le possibilità date dal possibile, rendendo l’operazione quasi impossibile e sicuramente incredibile, nel senso che la fede nella pagina vacilla per la sua materia iperbolica. (dalla nota di Daniele Poletti nella bandella)